giovedì 28 marzo 2013

L'unica stella che ho sei tu

Spesso si viene fraintesi, le parole hanno ancora un peso per me. I tempi cambiano e ormai anche quel che scrivi, seppur non di fronte, ferisce. Spesso quando si scrive "mi hai ferito davvero" o "mi hai deluso", "non me lo sarei aspettato", "non riesco a crederci"... la reazione è indifferente, nessuno si mette a riflettere leggendo o ascoltando certe espressioni, magari durante una discussione. Io riesco ancora a sentirmi ferito, a sentirmi debole perché ho bisogno della fiducia degli altri... Nel frattempo ho pranzato e non riesco neanche a rileggere. Ascolto Joy di Ellie e mi fa piangere dentro, per tutte le ingiustizie, i limiti mentali, gli schemi psichici delle persone che mi circondano, che non accettano il fatto che io accetti i miei e li riconosca, e li plasmi e modelli e li cambi per evolvermi, in continuo cambiamento. Fuori da tutto, sì. Anche se connesso spesso su Facebook. Mi mettete una tristezza immensa, perché non sapete davvero usare quel che avete, non riuscite a provare a immaginare la visione altrui. Io lo faccio sempre, l'empatia non è una caratteristica che mi riconosco solo io: persone eclettiche, poliedriche, magnetiche e più che introversamente carismatiche sono riuscite a riconoscermi questa perfetta dote. Non sono uno di quelli che si fa complimenti (meritati) per sentirsi meglio e far capire che lo è. So solo che risulterebbe patetico scrivere "vi faccio il culo a tutti", perché anche se è così, ognuno ha un suo percorso, una sua via e io non sono arrivato alla fine. Riesco a individuare le vostre, al contrario di voi che state guidando guardando solo dritto e non avendo la minima cura delle strade che s'intrecciano alle vostre. Miseri umani. Quanto ancora dovrò sopportarvi? Quanta pena mi è riservata, Cristo?


Mia madre mi chiede come vada e mi augura una buona giornata. Le rispondo che non lo è stata e non lo sarà, ma che ormai la mia unica stella è lei, che non ho più nessuno con cui sfogarmi o che abbia un legame stretto al punto di ascoltare, ascoltare, ascoltare... Ho più occhi, per quello guido bene, riesco anche a guardare il cielo, ma l'unica stella, l'unica stella che ho sei tu.

3 commenti:

  1. Spesso si viene fraintesi, troppo spesso. Non si può farne una questione di torti o ragioni, perché ognuno di per sè vive nella convinzione di muoversi nel giusto. L'errore però sta nel riternersi unici. Unici capaci di capire, unici capaci di sentirsi feriti, unici capaci di piangere, ancora. Ma per quanto banalmente ogni individuo è di per se unico, è anche uguale a tanti altri. C'è chi rimane ferito per un'incompresione, chi per un'espressione mal posta, ma il risultato non cambia poi di molto. Allo stesso modo, così come molte persone sembrano gongolare nei proprio limiti mentali, forse in realtà sono solo distanti, nel lor modo di tentare di comprendere il giusto e lo sbagliato. Capire è importante, hai ragione. Ma quanto davvero è fattibile? Ci sarà sempre chi è disposto a capire qualcun altro, come ci sarà sempre chi desidererà farlo ma sarà nell'impossibilità di farlo, o nell'incapacità di farlo, o semplicemente nell'inettitudine di farlo. Capire è l'importante, ma qual è il sottile confine tra capire, tentare di capire o credere di capire. Non ho risposta, ma posso convintamente affermare che non si capisce il prossimo (meno noto) ed il mondo che ci circorda interagendo solo attraverso freddi circuiti. Non si capisce il prossimo (anche più vicino) crucciandosi in privato e guardando il mondo dal buco di una serratura. Non basta cambiare nemmeno aria per capire sè stessi, se poi è sempre sè stessi che ci si porta dietro. Si ha forse a volte l'illusione di aver capito... a volte, gli altri e sè stessi, ma in verità è solo illusione, e spesso anche superbia. La stessa superbia che aiuta ad elargire giudizi come "non sapete davvero usare quel che avete", perché in fondo tu che ambisci ad essere il "fuori da tutto" cosa ne puoi sapere di cosa si ciela nel profondo di ogn'altro? Ogni uomo è un universo a sè, capirne le dinamiche è impossibile. Puoi credere di capire, ma in realtà (nelle migliori delle ipotesi) ci stai solo provando. Ed io a mia volta non avrò capito granché di quello che si celava nascosto dietro queste righe, ma so di certo che arrechi ingiustizia quando dici che "non hai più nessuno con cui sfogarti", salvo la tua stella. Anche questa è solo una delle altre favole che ti racconti, perché la routine dell'isolamento è ormai un guscio protettivo, un ventre materno. Ma di persone che vorrebbero camminarti affianco ce ne sono, hai mai provato ad osservarle davvero? Solo chi reagisce plasma la sua storia, ed ogni storia è unica. La mia inizio quando raccolsi mio padre sul pavimento di un bagno pubblico con una siringa ancora infilata nel braccio. La tua quando comincia?

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    1. Nel mio post c'è sicuramente superbia, superbia che è nata negli anni realizzando che quel che percepivo e anticipavo si rivelava sempre corretto e mi veniva sempre riconosciuto. La superbia in realtà è una coscienza di se stessi in questo caso. Non pretendo mai di avere la ragione assoluta, né tanto meno di muovermi nel giusto, è questo che mi fa sentire diverso, perché gli altri nella loro diversità sono "supposed to" fare qualcosa che sia giusto spontaneamente. Questa è solo una delle infinite spiegazioni che mi vengono in mente, concentrata. Non mi sento l'unico che possa essere ferito né l'unico che capisca. Piango, soffro, rido come tutti gli altri. I freddi circuiti di cui parli saranno i social networks vari, che non uso per sfogare quel che ho dentro. Anzi, spesso mi capita di proporre o di vedermi richiesta un'uscita, anche breve, con qualche amica giusto per parlare entrambi e aggiornarsi sulle proprie recenti svolte. Non cambio aria per capire me stesso, ma per darmi modo di capire cosa voglio da me stesso, cosa comportano certe scelte. Il tono acido con cui scrivi "un'altra favola che ti racconti" mi fa intendere che non sei tra le persone a me più vicine, tra quelle che vedo accanto a me e che riconosco come parte di me. In un post lo sfogo "non ho nessuno" rappresentava un "non so più di chi fidarmi date le continue delusioni, dati i continui atteggiamenti altrui non tesi a una sana preoccupazione, ma sempre pieni di incomprensione (la stessa di cui tu macchi chiunque, giustamente) e di mellifluità, che cela tanta rabbia e, appunto, incapacità (o inettitudine come hai scritto tu) di comprendere)". La reazione non so se sia già partita perché istintiva né da cosa partirà. Disprezzo quel che ho intorno (a livello socio-culturale) e probabilmente per questo inconsciamente penso non valga la pena seguire certi percorsi convenzionali. Il mio reagire per ora è quel che sto facendo. Non so chi tu sia ma immagino una situazione come l'ultima citata sia difficile da gestire e buon per te se hai reagito. Uno dei miei problemi principali è il frequente senso di insensibilità. Apparentemente me la prendo per tutto e anche questa risposta sembra solo tesa alla difensiva, ma in realtà quel che mi capita intorno mi scivola facilmente addosso. Quando piango in realtà compio uno sforzo interno e magari mi è necessaria una canzone poco movimentata per spingere le lacrime fuori. Sicuramente chi leggerà fraintenderà il quasi complesso della risposta, ma spero di essermi spiegato comunque.

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    2. Una risposta a cuore aperto: mi dispiace che tu continui a vedere malignità da parte mia nei tuoi confronti che in realtà non c'è. Questo è il vero dispiacere, vedere una vita come la tua gettata così, all'inerzia. Perdonami, speravo davvero di poter ambire a posizioni diverse nei tuoi confronti. Mi sbagliavo, o forse ho frainteso. Ti auguro una sincera buona notte, augurandoti solo il meglio.

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