giovedì 13 giugno 2013

Carne, terra e sangue


Volevo scrivere della carne, della terra e dell'inferno che temo di aver provato giorni fa. Mi sono svegliato stanco, con una strana carenza. Non riuscivo a pensare molto, spossato dal caldo, dall'esistenza. Inerme contro l'unico sonaglio devastante nella mia psiche: il suicidio. Non volevo morire, ma lo contemplavo. Lo sconosciuto è un amico che non si è ancora incontrato. Così ho deciso, per istinto di sopravvivenza, di dormire per tutto il fottuto resto di quella giornata immonda. In casa le persone mi si sono allontanate d'istinto. Solitamente avrei ricevuto mille sollecitazioni ad alzarmi. No, o forse non ricordo, comunque no. Ricordo solo di essermi alzato per fare colazione e, dopo averla digerita, di essermi ricoricato, per me. Percepivo la gravità intensificata, il mio viso premere sul cuscino quattro volte l'usuale. La pressione delle coperte affaticarmi il respiro, il cuore tachicardico accelerare e le gambe intenzionate a spezzarsi, come rami calpestati. Non riuscivo a dormire, non sono riuscito a dormire. Forse solo parte del pomeriggio.
                Risuonava in me quel che definirei un canto satanico, una poesia ancestrale e complessa. Armonica ma Sinistra: un rito. Riuscivo a proiettarmi in qualche antro reso caldo e secco da fiamme, luce quasi artificiale tanto lontano da quella naturale del Sole. Io assunta la stessa posizione che avevo a letto, sentivo la guancia piatta sulla roccia, tanto da poter far scorrere i denti attraverso di questa, percependo il terreno caldo in superficie, ma gelido in profondo. Non saprei come descrivere altrimenti quelle terre insidiose, per me che ero solo, abbandonato ad una cantilena lugubre accompagnata da vibrati molto bassi. I colori erano quelli della pelle, del sangue, delle feci. Lo strato pietroso, le fiamme con i loro riflessi e le loro ombre. La mia, visibile solo a me, vicina. La paura mancava. Mi sentivo drogato da quella perversa situazione così fisica. L'ho vissuta e non mi capacito di realizzarlo, tremavo io tremavo la terra. Un battito imprimeva di più il mio involucro al terreno. La forza anche mancava, le percezioni alterate non disturbavano il gioco di cui ho fatto parte. La nozione del tempo interrotta. La pressione su di me non dispiaceva al mio fisico. Quel coro nero, però. Quella poesia oscura che celava l'origine. Mi ha turbato. La mia fossa.


Vorrei poter scrivere un libro così, una droga per i sensi, una poesia dal fascino perverso e magnetico. Una concentrazione di carisma vocale e terminologico. Un'ipnosi che assuefa.

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