venerdì 12 dicembre 2014

Basta e avanza, ma se togli quel che avanza, già non basta più

Vi è mai capitato di iniziare a percepire l'eco di una potenziale "joie de vivre"?

Come fosse arrivato quel momento in cui, brick by brick tutto inizia a costruirsi o, meglio, a farsi costruire intorno a me. Mia madre diceva da anni "vedrai che appena inizierai a trovare l'inizio della strada, piano piano non potrai che percorrerla e tutto ti verrà così semplice", quasi a dire che avrei dimenticato come si soffre. Si soffre comunque, ma è dolce. Inizio ad assaporare quella sensazione, una sorta di realizzazione che va oltre il sociale e il sentimentale, li abbraccia sì, ma non li stringe, li porta con sé e mi fa sorridere, finalmente. Sono lacrime di gioia quelle che scorrono tiepide sulle mie guance, sono ricordi e timori quelli che hanno iniziato a scavare dentro, ma la pala per ora rimane incastrata nel terreno e visualizzo me, in questa distesa sconfinata di terra bruciata, con un piede sulla pala incastonata nel suolo e lo sguardo verso l'orizzonte, un mezzogiorno lucente che finalmente mi illumina il viso, troppo tempo tenuto nascosto alla luce perché chino durante la scavatura. 

Mi sento inspiegabilmente sereno, non felice, quello sarebbe un singhiozzo. Qualcosa che non è certezza, ma sollievo. Ringrazio, non chi o cosa, ringrazio e basta. Genero energia che mi convinco sia funzionale a ciò che io e la stessa energia di cui mi convinco abbiamo realizzato. Grazie, grazie, grazie.

Oggi mi accompagna questa, meno spirituale di quel che ci si aspetterebbe, ma complice.



martedì 15 aprile 2014

Chi merita

Avrei tanto da scrivere. Sto ascoltando Lykke Li, "I Never Learn", è vero. Riesce a vedere la musica, non cambia. Riesce sempre a stimolare il pianto, lo sfogo. Non imparo mai.


Ieri ho letto un articolo su quanto il mondo, la società, in realtà esigano sempre qualcosa da noi. Su quel che non vorremmo mai sentirci dire. Noi siamo inutili se solo pieni di alta spiritualità e bontà. A nessuno importerà delle nostre qualità, se non saranno utili a qualcuno. Potremmo pensare "a livello psicologico potremmo comunque confortare gli altri", di conforto si campa? Perché l'essere umano dev'essere così debole? Perché non bastano consapevolezza e accettazione di sé per campare? Per continuare questo tragitto, che ogni giorno mi stufa di più? Non era questo che volevo scrivere, condividere. Non so perché ormai non riesca più a esprimermi come voglio. Buttarmi in qualcosa che mi piace. Buttarmi. Mi rimbomba nel cranio il verbo. "Lo sto facendo", mi dico, lo sto facendo... Vi siete mai chiesti a chi importa? A chi davvero passa qualcosa di voi? A chi nasce un sorriso esplorando l'immensità altrui? Mi sento come estraneo alla mia vita, quando osservo quel che accade, chi incontro, chi mi osserva. Mi piaceva un tempo, forse mi piace tuttora. Chi ne giova, però? Io no, voi no. Nessuno. Eppure resto qui a non entrare nei miei movimenti, a cercare di dare impulsi che fisicamente si generano, sì. Fisicamente. Assorbo la cattiveria, la somatizzo, raccolgo i frutti del male che seminate ogni giorno. Ne soffro come una bestia e la gente esige altro, non basta lo schifo che provo, non basta la serenità che riesco ad assaporare in quegli sprazzi tra le nuvole attraverso cui sfrecciano i raggi di sole. Come dopo la pioggia. Non mi improvviso poeta, scrivo quel che penso, non cerco riconoscimenti, oggi. Oggi no, perché ormai ho capito. Rinunciatario. Sembro. Sono?
Chi ci conosce davvero? Chi non si sente protagonista delle mie parole? Ho scritto belle frasi di recente. Vorrei riportare qualche conversazione che ho sostenuto con diversi soggetti. Una mia amica strettissima, un ragazzo random di cui non ricordo il nome, ma le parole. Altro forse.


(decontestualizzate, immergetevi, qui la richiesta d'aiuto era l'ennesima e la mia "risposta" prolissa necessaria)